Memorie da un pianeta condannato

Memorie da un pianeta condannato

Isola Severnyj, 23 settembre 2087

Lascio questi fogli di carta in balia delle tiepide onde del Mare di Barents anche se ho poca speranza che qualcuno le trovi e le legga. Dentro ci sono i miei ricordi, i miei pensieri, la mia amarezza, ciò che ho bisogno di depositare fuori dalla mia anima. Sento che la fine è vicina, e che sia inutile parlare con chi mi circonda, non capirebbe. Affido dunque al mare le mie memorie e la storia di questo pezzo di mondo per chi magari, in un futuro prossimo, ripopolerà questo pianeta. Ciò che rimane della cosiddetta razza umana è tutto racchiuso in quella fascia di terra che una volta era la temibile Siberia, un territorio che adesso ha raggiunto un clima così tropicale da far temere il peggio. A qualcuno devo pur lasciare questi ricordi, prima che la sabbia della mia clessidra termini la sua discesa e l’ultimo granello vada a posarsi, delicato ma spietato, sul mucchio in fondo. Il peso che mi porto dentro è troppo grosso, è lo stesso peso che tutti gli abitanti di questa ultima colonia terrestre vivibile probabilmente portano con se. E’ inevitabile, questo lo capirà chi si troverà a leggere queste sofferte e forse confuse pagine, essere pieni di pensieri molesti e fatali quando si è parte di una specie che nell’arco di settant’anni è passata da 6 miliardi di individui a pochi milioni. E senza sciagure fatali o imprevedibili di sorta, tutto rigorosamente fatto a mano e in proprio. Una volta si sarebbe detto “un lavoro artigianale”. Ecco, la razza umana ha talmente portato bene a compimento il lavoro da essere quasi estinta. Ma non è sempre stato così. Quando io sono nato, nel 2009, il mondo era in crisi economica ma ancora le nazioni e i continenti avevano una vita propria, esisteva un ordine sociale e politico anche se la speculazione iniziava a spingere l’umanità, solo in minima parte consapevole, verso il precipizio che l’avrebbe in pochi decenni condotta ad elemosinare ogni singolo giorno di vita su un pianeta ormai condannato. Ricordo poco del mio periodo di giovinezza, solo vaghe e confuse immagini di una vita normale in una famiglia normale di un paese normale che una volta era conosciuto col nome di Italia. A quei tempi non era tutto rose e fiori, questo lo ricordo bene, ma ancora nessuno immaginava che mezzo secolo dopo tutto sarebbe irrimediabilmente collassato, ogni civile consesso si sarebbe sciolto, il pianeta avrebbe iniziato a liberarsi finalmente di quel parassita dannoso chiamato uomo.

Fu verso il 2020 che si ebbero le prime avvisaglie di quello che sarebbe accaduto. Allora, anche questo ricordo, si pensava che la folle corsa non dovesse mai avere fine. La vita media si allungava, la tecnologia era inarrestabile, qualsiasi attività umana poteva essere supportata in ogni momento da macchine e circuiti. I più arditi sognavano addirittura l’immortalità, i meno arditi una vita che durasse più di cento anni. Quale amaro disincanto, invece, toccò a tutti. Mentre la maggior parte delle persone andava avanti così, giorno dopo giorno, le risorse si assottigliavano e in pochi si erano accorti di come il clima stesse cambiando troppo velocemente. La politica fingeva di occuparsi della cosa, attraverso conferenze sterili e senza capo né coda, mentre le grida di allarme venivano ridimensionate o, in buona parte dei casi, addirittura ridicolizzate. Fior fior di analisti e giornalisti vennero allora scomodati per tranquillizzare l’opinione pubblica, per addormentare i timori, per gestire gli umori indirizzandoli da altre parti. Qualche anno prima del 2020, che semmai dovesse esistere un futuro per questa nostra specie sarà ricordato da tutti come l’Anno della Morte, ci fu chi predisse l’innalzamento dei mari. La politica tentò di ridurre le emissioni, ma la mia vacillante memoria ricorda ancora quanto inutile e sterile fu il tentativo. Invece di sanzionare le aziende irresponsabili, investire in energie alternative, formare future generazioni di esperti i capi di stato si chiudevano in ridicole quanto costose assemblee, vertici, pranzi e cene da cui uscivano tante belle parole ma nessun fatto concreto. Come se, e lo dico a ragion veduta ora che ho visto l’inferno con i miei occhi e l’ho provato sulla mia pelle, il riscaldamento globale si potesse fermare con le chiacchiere.

Fu un giorno di febbraio, questo invece lo ricordo bene. Ero appena tornato da scuola, era il 2020 ed ero in seconda media, quando vidi che entrambi i miei genitori erano incollati al televisore. Ho ancora davanti agli occhi la scena di mia madre con le lacrime agli occhi e le braccia abbandonate lungo i fianchi mentre mio padre scuoteva lentamente la testa in un gesto di incredulità e nel frattempo smanettava con il suo smartphone. Non avevano neanche risposto al mio saluto, e la cosa mi aveva dapprima scioccato, poi incuriosito. Dopo aver posato il mio zaino vicino all’ingresso mi ero avvicinato alla tv (50 pollici ultrapiatto, un quadro da museo sbrilluccicante e stereofonico) e le immagini che stavano passando in quel momento mi disturbarono e non poco. Diversi fotogrammi e video mostravano un qualche tipo di paese o città (allora non sapevo dell’esistenza dell’Oceania, lo scoprii purtroppo nel modo peggiore) che veniva sommersa completamente dal mare. Auckland era il nome in sovraimpressione, ma a me non diceva assolutamente nulla. Molti minuti dopo i miei mi spiegarono che era la capitale della Nuova Zelanda, un posto vicino all’Australia. Con amarezza pensai che era stata la scoperta più deludente e breve della mia vita, dato che Auckland non esisteva più. A quanto riuscii a capire il giorno dopo a scuola un grosso pezzo di ghiaccio si era staccato dall’Antartide (non molto tempo dopo avrei appreso con costernazione che il pezzo di ghiaccio era lungo circa 200 chilometri) e aveva creato un innalzamento delle acque talmente grosso da sommergere l’intera Nuova Zelanda, un pezzo di Australia e la punta dell’Argentina. Inoltre non esistevano più isole in quell’angolo di mondo. Spazzate via, letteralmente inghiottite dalle acque come nei racconti di Lovecraft.

Fu quello l’inizio della fine. A metà dell’agosto 2020 lo scioglimento di diversi pezzi di ghiaccio simili al primo aveva cancellato dalle cartine geografiche il resto dell’Australia, mezzo Sud America e tutta l’Africa subsahariana. L’Anno della Morte, da allora si chiama così, a ragion veduta. La conta dei cadaveri toccò il miliardo, numeri che ancora oggi a pensarci la pelle mi si accappona e mi gira la testa. La più grande catastrofe mai vista prima, ed era solo l’inizio. Vi lascio immaginare gli effetti di mezzo miliardo di persone che migrano verso nord quali possano essere. Perché il problema non era solo lo scioglimento dei ghiacci. Quello era parte del problema. Non pioveva quasi più, nel sud del mondo l’acqua era arrivata a valere più del petrolio. La Cina stava sperimentando l’acqua sintetica mentre enormi desalinizzatori erano stati posizionati sulle coste da tutti gli stati dotati di un affaccio sul mare. O per lo meno quelli che ancora esistevano. Il governo degli Stati Uniti, guidato da un demente, aveva ordinato la costruzione di un enorme muro tutt’intorno al paese il cui scopo, rivelatosi poi vano, era quello di tenere lontane le onde troppo invadenti e il possibile arrivo di sfollati dal resto del mondo. In Italia i grandi fiumi si erano quasi prosciugati, nel sud del paese l’agricoltura era praticamente scomparsa e gli abitanti si erano ridotti ad un terzo rispetto al numero di dieci anni prima. La gente iniziava a scappare, chi non poteva moriva per strada, i cadaveri venivano bruciati per evitare contagi. Il mare si prese la Sicilia e la Sardegna, la peste e il colera fecero il resto. Nel giro di cinque anni Spagna, Francia, Italia e Grecia non esistevano più, il Mediterraneo aveva deciso di prendersi più spazio di quello che per millenni era stato suo e le sue acque avevano ricoperto tutto ciò che potevano, senza lasciare scampo a nessuno. Scappammo, più fortunati di altri, stanziandoci in quella che era stata la Germania ma che adesso faceva parte di un coacervo territoriale chiamato genericamente Europa Settentrionale. Gli stati erano caduti, le popolazioni impaurite e stremate si ingegnavano di sopravvivere con poca acqua e con le temperature giunte ormai a livelli improponibili. I bambini nati dopo il 2020 non hanno idea di cosa sia la neve, per darvi un’idea del dramma.

Successero molte cose, in quel periodo, troppe cose. La mia memoria tuttora continua a ripropormele, spesso e volentieri di notte arrivando a turbare le mie brevi ore di sonno. Fu nel 2025 che l’uomo, come tutti gli animali, si trovò a dover combattere per la sopravvivenza e divenne spaventosamente feroce. Il governo dell’Europa settentrionale, oramai unica autorità riconosciuta dato che gli stati nazionali non esistevano più, pianificò e autorizzò la costruzione della barriera alpina, un progetto spaventosamente enorme, un insormontabile muro che andava dalla costa occidentale (quando ero piccolo lì esisteva un posto chiamato Svizzera, e non aveva il mare) al confine orientale con i territori russi. Era un progetto immane e terribile ma, come quasi tutti concordammo allora, necessario. E non per difendere le terre ancora abitabili dall’avanzare del mare; i ghiacci erano spariti, quindi non c’era più pericolo di inondazioni. C’erano milioni di profughi che premevano per entrare, spesso molti riuscivano a passare e le forze della Guardia Civile Europea non riuscivano a ucciderli tutti. Eravamo assediati, dal sud e dall’est milioni di persone si accalcavano e smaniavano per raggiungere le nostre terre, in cui ormai le risorse iniziavano a scarseggiare in maniera preoccupante e a non bastare neanche per noi. L’odore dei cadaveri aleggiava nell’aria per settimane, quando i venti non spiravano, rendendo atroce la già precaria vita nelle zone di confine. Molte mani volenterose contribuirono alla creazione di quella frontiera di salute pubblica e sicurezza; lasciammo gli altri in balia del proprio destino, senza un minimo di rimorso. Ecco cosa siamo diventati, ecco cosa cova nel cuore di ogni singolo essere umano rimasto su questa terra. Compassione e solidarietà sono scomparse dal mondo, dissolte dal potente acido chiamato sopravvivenza. Se mi guardo indietro vedo solo un’involuzione della specie, giunta al suo culmine agli inizi del 2000 e inesorabilmente collassata. Gli uomini di cento anni fa sognavano l’epoca delle macchine volanti, immaginavano un futuro di luci e motori a propulsione. Per loro fortuna sono morti tutti, avrebbero avuto un collasso vedendo i propri discendenti ritornare allo stato primitivo. L’elettricità è l’unico lusso rimasto, ad oggi, ma non siamo neanche sicuri di quanto questo lusso durerà. Volevamo essere quelli di Blade Runner, siamo invece stati risucchiati dalle sabbie mobili del tempo e riportati indietro, come se fossimo passati dal via a Monopoly.

In quegli anni gli Stati Uniti invasero il Canada, sterminandone la già sparuta popolazione, per controllare le fondamentali scorte d’acqua mentre con un massiccio bombardamento nucleare avevano eliminato ogni forma di vita in quel che restava del centroamerica per scongiurare i tentativi di ingresso nel paese e fermare l’ondata migratoria che minacciava la sicurezza nazionale. Meno cruenta ma sempre terribile era stata la fine della Cina, la cui popolazione si era estinta per soffocamento causato dalle polveri sparse nell’aria mentre quelli che erano riusciti a scappare erano stati finiti a fucilate dalle truppe a guardia dei confini russi.

Venne il 2034. Avevo 25 anni allora, avevo perso entrambi i miei genitori e lavoravo in un’azienda che produceva verdure sintetiche. A quei tempi già tutto il cibo era sintetico, la terra dava poco e quel poco se lo potevano permettere solo quelli ricchi o importanti. Quelli che sopravvivevano.

Nel luglio di quell’anno fui mandato al fronte, a combattere.

Era scoppiata la guerra anche da noi, dopo un secolo gli eserciti dell’ovest e dell’est Europa tornavano a fronteggiarsi armi in pugno per la supremazia. Solo che a differenza di allora stavolta non si trattava dei vaneggiamenti di un folle, o di una sfida ideologica: stavolta si combatteva per vivere. I dissidi fra noi e i russi erano iniziati quando i maledetti avevano arbitrariamente tagliato tutti i tubi attraverso i quali ci fornivano l’acqua. La compravamo ormai da qualche anno, le nostre sorgenti si erano pressoché esaurite dopo l’ipersfruttamento degli ultimi decenni e la mancanza di precipitazioni. Neanche i desalinizzatori riuscivano a fornire il necessario per la vita e per la creazione del cibo sintetico. Dunque il governo aveva preso accordi con i russi per la vendita dell’acqua siberiana, molta e abbondante. O almeno così credevamo. Nell’inverno del 2035 i russi avevano stoppato le forniture senza un motivo. In realtà, scoprimmo quasi subito, c’era acqua appena sufficiente al loro fabbisogno, nulla per noi. Potevamo morire di sete, quella era l’amara verità. La guerra divenne inevitabile. Passai tre anni sui campi di battaglia, immerso fino alle ginocchia nel sangue misto a fango, con pochi viveri e un’arsura perenne che ti rendeva la lingua di cuoio e la gola disseminata di cocci di vetro. Tre anni in cui uccisi come un forsennato qualsiasi russo mi si parasse davanti, non importava se uomo o donna o, peggio, non importava neanche se fosse bambino o anziano. Ogni russo era un ostacolo alla mia sopravvivenza, ogni russo ucciso era una barriera in meno che mi divideva dall’acqua. Così siamo andati avanti per tre anni, un esercito di feroci bestie assetate e disposte a tutto pur di garantirsi la sopravvivenza. Nutrimmo la terra con tanto di quel sangue che ancora oggi le pianure che furono teatro della guerra sono ricoperte da una sottile polvere rossa che spesso i potenti venti di novembre fanno turbinare a chilometri di distanza. Sfondammo le difese russe e occupammo il paese. Dopodiché iniziammo il lavoro di colonizzazione delle immense distese che si aprivano davanti a noi. Alcuni anziani ricordavano di come quasi due secoli prima la Siberia fosse talmente inospitale da fungere da punizione per i dissidenti politici. Ora appariva come la terra promessa, alture e colline si alternavano a verdi pianure in grado di garantire terra da coltivare e acqua in abbondanza per vivere. C’era solo da decidere cosa fare per garantire la nostra sicurezza. Sterminare i russi rimasti ancora vivi fu cosa semplice, a loro fu proposto di abbandonare le terre di propria spontanea volontà o essere uccisi. Inutile dire che le due cose si equivalevano, anzi la seconda ipotesi era forse migliore della prima.

Bruciammo tutti i cadaveri, il fumo dei roghi oscurò il cielo settentrionale per settimane, ma alla fine avevamo liberato tutta la terra in cui speravamo finalmente di vivere tranquilli. La ruota dell’involuzione aveva percorso un altro giro, ma non ci importava. Eravamo diventati bestie feroci, in cerca di una preda qualsiasi a spese della quale placare i nostri istinti e le nostre paure. E cosa ancora più incredibile fu che dopo quello sterminio, avevamo praticamente azzerato un’intera popolazione compresi donne e bambini, ritornammo tutti alle nostre vite. Io stesso ripresi il mio posto in una fabbrica di cibo sintetico, e ricominciai a vivere come se nulla fosse, come se le mie mani non fossero sporche del sangue di centinaia di persone. In fondo, così tenni a bada la mia coscienza (come hanno fatto anche tutti gli abitanti di questa colonia), se non avessi ucciso sarei morto io stesso di fame e di sete. Non c’era alternativa a quello che avevo fatto, anzi a quello che mi avevano ordinato di fare.

Come facemmo a tornare alla normalità? Semplice, ricordando che “mors tua, vita mea” nei secoli ha rappresentato una legge universalmente riconosciuta. Ma, a quanto pare, non ci saranno altri secoli per la razza umana. Di notte però è diverso. In ogni casa, quando la notte è profonda e silenziosa, si levano le urla dei dormienti la cui coscienza si rifiuta di essere messa alla porta. Ogni singola notte, da quarant’anni, chi ha combattuto quella guerra si sveglia di notte urlando. Io stesso, appena il sonno si fa pesante (ammesso che possa definirsi sonno lo stato di nebbia mentale in cui mi trovo a sprofondare quando mi poggio sul letto), rivedo le immagini della gente che ho ucciso, sento l’odore del fumo e del sangue, mi sento le vesti inzuppate. Come in ogni sogno che si rispetti le mie gambe sono pesanti, il fiato mozzo, mentre cerco di allontanarmi dal mucchio di cadaveri che giace dinanzi a me. Mentre terrorizzato osservo le mie gambe non rispondere al mio ordine di correre, come servitori indolenti di un padrone allettato e impotente, dalla pila di corpi si alza il primo cadavere, e mi viene incontro. Poi il secondo, il terzo, e così via. Cerco di fuggire, ma sento il puzzo di morte e un roco ansimare, come di un mantice rotto, dietro la mia schiena. Quando una mano a brandelli si poggia sulla mia spalla mi sveglio, urlando, in un bagno di sudore.

Questo avviene ogni singola notte. Mentre cerco di riportare ordine nei miei pensieri e il battito inizia a rallentare sento grida analoghe alle mie provenire dalla strada. Valdemar, il postino che abita di fianco, sta gridando. E Rodsteiner, il commerciante, sta facendo lo stesso dall’angolo della strada. Pile di cadaveri, o cose anche peggiori, sono il canovaccio in cui si svolgono anche le loro notti.

Non ho mai avuto figli. Non ho avuto il coraggio di assumermi la responsabilità di una vita gettata alla rinfusa in un mondo del genere. Non sono così folle da condannare spontaneamente qualcuno al dolore e alle privazioni di questo ultimo scampolo di umanità. No.

Queste memorie sono la concessione massima che mi sento di fare al tempo che verrà.

Se mi guardo indietro vedo solo sangue e dolore, e un futuro che sembra più breve del passato da cui è stato generato. I pochi bambini che vedo camminare oggi sono dei condannati che pagano per colpe non commesse. Tutti noi siamo dei condannati con le mani sporche di sangue e la coscienza che ulula nel buio, impossibile da sopire in alcun modo.

Abbiamo ucciso la Terra, e adesso la Terra uccide noi.

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