Pandemica Narrazione

Pandemica Narrazione
Hirosige, “Cronaca della grande pace. La battaglia tra palline di riso e sake”, 1843-1847 | Museum of Fine Arts, Boston – William Sturgis Bigelow Collection

Era proprio lei. Era Daniela.

“Prendetelo”, ordinò il monaco.

Nogler, ancora frastornato, si ritrovò in un secondo con due monaci addosso che lo bloccavano costringendolo ad inginocchiarsi. “Ehi, lasciatemi, che cazzo volete?” urlò mentre altri due monaci si stavano avvicinando e un terzo portava con se’ un arnese metallico lungo e sottile. Gli allargarono l’abbottonatura della camicia.

“No, no, no!”

“La guerra è iniziata, Daddy – disse ancora il giovane monaco – devi decidere da che parte stare”.

“No, no, no!”.

E continuò ad urlare mentre veniva marchiato a caldo alla base del collo e il suo urlo sembrò scuotere l’immobile e austero silenzio del Monte Sheshan, e quel grido fatto di dolore, rabbia e impotenza sfogava tutte le energie che gli erano rimaste in corpo, energie che però sentiva moltiplicarsi, che sentiva esplodere, scoppiare, saltare per una forza che gli partiva dal centro dello stomaco e saliva su, su per il cuore, per i polmoni, per il collo, per la testa, per la gola, per gli occhi…

Gli occhi…

Li riaprì di colpo.

Non riusciva a credere a quello che vedeva mentre il cuore gli batteva a mille.

“Dove diavolo sono?”

Si svegliò in un posto strano. Un ospedale? No, era una stanza che avrebbe definito accogliente, profumata e con qualche candela accesa disposta lungo il pavimento. Un albergo? Difficile da credere, con quello che stava succedendo a Wuhan. Una casa? E di chi? Ma soprattutto, in qualsiasi posto fosse, come c’era arrivato? Aveva sognato tutto? Aveva sognato Zhao, i monaci, la pagoda, quel tipo che tanto gli somigliava e che lo aveva chiamato Daddy?

Si alzò dal letto e ritrovò la sua immagine in uno specchio. Scoprì il collo. Sopra c’era impresso un marchio. Era una specie di T, non riusciva a decifrarlo bene, a prima vista gli ricordò la pagoda della Gru gialla, o la Torre, o come diavolo si chiamasse.

“Non è stato un sogno”, pensò.

Iniziò a sforzarsi di ricordare tutti i motivi che convergevano perché lui fosse a Wuhan in quel momento: la sua azienda, i russi, Zhao, Cecilia, nonna Marie. Nomi e voci che cominciavano a sovrapporsi nella sua testa disordinata e nella quale era caduto il buio riguardo alle ultime sei, sette, otto ore? Non riusciva a capirlo.

Ma la sua rincorsa alla memoria fu bruscamente interrotta. La porta si aprì di colpo ed entrò una donna. Aveva la mascherina protettiva sul viso e mentre lo fissava da quella bocca invisibile venne fuori un ordine: “Follow me”.

“E adesso questa chi è?”.

Nogler era sul punto di esplodere ma si bloccò. Su quella mascherina c’era un simbolo, un disegno, un’immagine non più grande di un francobollo. Era lo stesso segno, la stessa T, lo stesso marchio che aveva sul collo. E mentre fissava quell’immagine per essere assolutamente certo di quella verosimiglianza, fu un’altra la cosa che rapì la sua attenzione: furono gli occhi di quella donna. Occhi che ne rivelavano l’identità, che spiegavano chi ci fosse dietro quella mascherina e a chi appartenesse quel volto che lo guardava impaziente e che ora gli stava ripetendo più lentamente: “Fol-low-me”.

Era sicuro, Nogler. Sicuro proprio come del fatto che quello, più che un invito a seguirla, fosse una minaccia.

Era proprio lei.

Era Daniela.

Alessandro Chiappetta

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