Pandemica Narrazione

Pandemica Narrazione
Rino fuma la prima sigaretta della giornata

L’inviato speciale

Rino D’Atri si era svegliato soprassalto, con il cuore che batteva all’impazzata nel petto e quella fastidiosa sensazione in bocca che gli capitava tutte le volte (poche per la verità) che temeva per la propria vita.

Si era immobilizzato, smettendo di respirare, in una tanatosi mal riuscita a causa delle troppe sigarette fumate il giorno prima.

-Maledizione, devo smettere! – pensò mentre con gli occhi sbarrati nel buio cercava di cogliere da dove provenisse quel cigolio ritmico che gli ricordava una … macchina da cucire!

-Che coglione! ma certo!

Buttò fuori rumorosamente il poco fiato che ancora tratteneva, sprofondando un pò di più nel divano.

Sorrise.

È lei.

Ormai erano sei mesi che Barbara si era trasferita a Pechino da lui ed era stato di certo l’avvenimento più piacevole che gli fosse capitato negli ultimi anni, doveva ammetterlo, ma nonostante questo ancora non si era abituato alla sua presenza.

Non che fosse una cattiva cosa, non essersi abituato, in fondo non era andata a finire bene quando invece era successo con le sue donne, in passato.

Ora, da quando era scattato il lockdown ed era costretta a casa tutto il giorno, si era messa in testa che avrebbe cucito mascherine di stoffa per tutta la comunità di amici italo-cino-americani residenti a Pechino, appartenenti alla élite culturale di cui Rino faceva parte e che sembrava essere l’aspetto che più aveva apprezzato del suo status di ‘migrante’ in Cina.

Intanto che gli occhi si abituavano all’oscurità indotta dalle tende, distingueva sempre meglio i contorni dell’essenziale arredo dell’appartamento del residence in cui vivevano.

La sottile lama di luce che passava sotto la porta gli ricordò che era tornato all’alba dall’aeroporto e che non poteva essere notte.

Quanto aveva dormito? Cercò il cellulare prima a terra poi sotto il suo corpo, rotolandosi prima da un lato poi dall’altro con movimenti goffi e pesanti.

-Devo dimagrire maledizione! – pensò, e questo pensiero gli fece venire fame.

Trovò il telefono sotto la schiena, lo toccò affinché si illuminasse e vide che era mezzogiorno.

Strofinò con forza la barba, cominciava ad essere troppo lunga ma da solo non sapeva aggiustarla ed i barbieri erano chiusi, come tutto il resto, Barbara gliela aveva accorciata un giorno, ma dopo sembrava un clochard, come quelli che incontrava a Termini quando lavorava a Roma per il Messaggero e questo non era stato apprezzato dai suoi ‘capi’ della redazione italiana durante il collegamento.

Aveva deciso di lasciarla crescere anche se la barba lunga stonava con i pochi capelli che erano rimasti in testa e poi con la mascherina l’odore che si sviluppava dopo un po’ lì dentro era nauseabondo.

– Devo procurarmi una di quelle macchinette elettriche! –

Si alzò, andò in cucina e bevve il caffè rimasto nella tazza di Barbara, lei non si era accorta di lui e continuava a cucire le sue mascherine in camera da letto, unica altra stanza dell’appartamento.

L’amaro del caffè fece tornare con forza anche la brutta sensazione che aveva provato la notte precedente: non riusciva a togliersi dalla testa la faccia dei suoi colleghi americani imbarcati a forza su un aereo e fatti rimpatriare.

Il governo cinese non aveva mandato giù la decisione di Trump di ritirare la press card ai giornalisti delle tre testate di Stato cinesi, con accredito in scadenza entro il 2020 e come ritorsione alla mossa di Washington, il Ministro egli Esteri cinese, Geng Shuang, aveva ordinato ai giornalisti del New York Times, del Wall Street Journal e del Washington Post in Cina di consegnare i propri accrediti stampa in 10 giorni, costringendoli quindi a lasciare il Paese.

Lui ed altri inviati si erano ritrovati in aeroporto al momento della partenza degli amici e colleghi (anche loro appartenenti alla élite culturale di cui amava circondarsi Barbara, e per i quali non aveva fatto in tempo a finire le mascherine), e probabilmente sarebbe toccato presto anche a loro.

– Sempre meglio che sparire come Li – mormorò.

Il suo amico Li Zehua era stato arrestato una settimana prima dai servizi di sicurezza, dopo aver mostrato al mondo intero le immagini di Wuan e denunciato le violenze delle autorità sui cittadini per contenere la diffusione del virus.

Non ne aveva saputo più niente.

Il TIN del messaggio su whatsapp lo distrasse, guardò il telefono e una scarica di adrenalina gli provocò nuovamente quella sensazione in bocca.

Lesse il nome, Paternò.

“Sono appena atterrato all’aeroporto di Wuan. Ti aspetto al numero 25 di Xianzheng St, ho la chiave. Daniela e Tian sono con lui”.

Evelina Viola

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