Pandemica Narrazione

Pandemica Narrazione

Il capo era lui

«Si, ho sentito» rispose Nogler.

«Venga, è di questo che voglio parlarle.»

Lo stemma dell’Agenzia rifletteva la luce delle lampade sparse per l’ufficio. Il Presidente lo aveva voluto alle sue spalle, grande e invadente: era lui il capo.

Nogler si sedette.

Il Presidente lo guardò incuriosito.

«Ha gli occhi rossi. Ha fatto le ore piccole ieri sera?»

«Mi scusi. Una notte di riposo e starò meglio.»

Forse aveva alzato il gomito o forse aveva litigato con Daniela, la sua donna, o forse tutte e due le cose, Nogler non ricordava; ma era tornato da una difficile missione in Africa, che diamine! Poteva pur concedersi una serata… alla grande!

Il Presidente gli sorrise, ironico.

«Ha fatto rapporto?» chiese.

«No. Ma la trattativa è andata bene» rispose Nogler. «Quei terroristi ogni due parole ringraziavano Allah, ma poi è stata solo una questione di soldi. Tra alcuni giorni la cooperante sarà liberata.»

«Bene» disse il capo, facendo poi cadere un silenzio di ferro tra le mura di quella stanza incastonata nel gran palazzone stile impero che, ai margini della città, era la sede dell’Agenzia.

Il Presidente aprì una cartella segnata con la scritta “TOP SECRET”.

Nogler non si meravigliò, era una delle tante che aveva visto altre volte.

«Abbiamo ricevuto un’informativa dalla CIA. Pare che la situazione sia sfuggita di mano ai cinesi. Un virus molto pericoloso, costruito in laboratorio, è riuscito a diffondersi tra la popolazione. Se arrivasse in Europa e in America sarebbe un disastro.» Il Presidente guardò Nogler e non gli vide negli occhi alcuna emozione: così voleva i suoi uomini! «I cinesi, secondo la CIA, devono avere il vaccino, ma non lo diranno mai per non far trapelare che il virus lo hanno creato loro. Lei deve andare in Cina, a Wuan, e scoprire se questo vaccino esiste. Gli americani hanno scelto noi per i buoni rapporti che abbiamo con Pechino. Lì potrà muoversi liberamente grazie a un passaporto diplomatico.»

Non c’era altro da dire. Le parole, entrambi lo sapevano, dovevano essere poche ed essenziali; ciò che contava era l’azione sul campo svolta nella più assoluta segretezza. Così operavano gli uomini dell’Agenzia e Nogler era uno dei migliori.

Il Presidente si alzò dal suo tavolo porgendo la cartella e la mano.

«Buon viaggio» augurò.

Nogler gliela strinse e, preso il fascicolo, si girò per uscire, quando sentì ancora la voce del capo.

«Ah! Nogler… stia attento.»

Era la prima volta che lo diceva, pensò Nogler.      

Mario Esposito Guido

quadro di Renoir
Pierre – Auguste Renoir Chemin montant dans les hautes herbes (Sentiero scosceso nell’erba alta)

Il telefono squillò all’improvviso

La porta dell’ufficio si chiuse pesantemente dietro di lui, per un istante rimase fermo a fissare il lungo il corridoio sul quale confluivano numerose porte, tutte uguali e anonime, che sembravano custodire l’anima scura di quel palazzo enorme. In fondo a quell’alveare nero l’ascensore stava già arrivando; le porte si aprirono ed egli si affrettò ad entrare senza perdere altro tempo.

Pensò che sarebbe stato meglio non usare la sua auto per raggiungere l’aeroporto, avrebbe chiamato un taxi ma appena giunto all’uscita del palazzo la luce del sole lo accecò trafiggendogli gli occhi. Si coprì il viso con una mano e guardò l’orologio: era ancora presto, il volo per Pechino sarebbe partito a mezzogiorno e lui aveva bisogno di aria per riprendersi dalla sua notte agitata.

Mi schiarirò le idee” si disse.

Decise di fare un tratto a piedi, prima di chiamare il taxi. Era da tanto tempo che non faceva più cose normali come camminare tra la gente, andare a prendere un caffè o guardare le vetrine del centro. Pensò a Daniela, ma non aveva voglia di richiamarla voleva giocare ancora un po’ a fare il duro.

Pochi passi e si sentì subito inebriato, era già primavera e Roma sembrava un quadro di Renoir, pennellate sfumate dalle tinte accese che diluivano colori in ogni strada.

Il mondo visto così non è poi così pesante” pensò e stava quasi per abituarsi ad un’andatura più sciolta, più libera come se tutti i problemi della Terra non lo riguardassero più, quelle missioni in luoghi lontanissimi e assurdi, quegli sguardi sbarrati di cadaveri muti che chiedevano un perché, quei pugni chiusi di uomini potenti senza un briciolo di pietà, le trame oscure di uomini grigi…niente lo attraversava più, solo il rumore di quel caos indistinto di una città nell’ora di punta.

– Nogler! –

ad un tratto una voce lo riportò alla realtà, poi si ritrovò disteso per terra con il viso appiccicato al marciapiede.

Qualcuno lo aveva spinto con forza e senza fuggire era rimasto ad aspettare che si fosse rialzato da terra osservandolo dal fondo della strada, quasi invitandolo, per poi sparire in una stradina laterale.

Nogler si rialzò dolorante e stordito, forse più per la sorpresa che per la caduta, e s’incamminò verso l’imbocco della stradina alla ricerca di quell’uomo.

La percorse camminando frettolosamente, il battito del suo cuore gli soffocava la gola, ansimava, quando all’improvviso lo rivide in un angolo scuro in fondo alla via deserta. Allora si affrettò per raggiungerlo ma l’uomo, come uno spettro, sembrò dissolversi nel nulla.

A quel punto Nogler si fermò guardandosi intorno e cercando di carpire ogni minimo fruscio, ma nulla gli fu di aiuto.

Improvvisamente il suo telefono suonò, nel silenzio sinistro di quella strada, ma, appena se lo sfilò dal taschino della giacca per rispondere alla chiamata, gli si spense tra le mani.

 – Maledizione! – urlò

Un soffio di vento gli sfiorò il viso, era quasi mezzogiorno e doveva chiamare quel taxi.

Giovanna Anselmi

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