Pandemica Narrazione

Pandemica Narrazione
Cartolina dei tempi della guerra
TACI il nemico ti ascolta

A mia nipote

– Stacco.

– Ok.

– Allora… Stacco?

– Oddiomio. San Crispino incantatore aiutami tu. Si, stacca. Ma quante volte lo debbo dire?

– Non bestemmiare.

– Io non bestemmio. Al massimo invoco i santi protettori. Forza, al lavoro.

– Ma sei sicura? C’è un patrimonio qui…

– Ma quale patrimonio e patrimonio. L’unico patrimonio che vedo io è quello che dovrò spendere per ristrutturare questa casa immensa. Forse mia nonna pensava di farci un favore quando ce l’ha lasciata, ma tra tubature da rifare, impianto elettrico e soffitto sfondato mi ci vorrà una fortuna.
Quello che tu chiami “patrimonio” è solo tanta carta, e può avere valore giusto per uno sciroccato accumulatore come te…

– Tu non capisci. Io non ho mai visto nulla del genere. Su questa parete ci sono almeno cent’anni di poster, ritagli di giornale, manifesti, tutti incollati l’uno sull’altro. Ci saranno… non lo so… dieci centimetri di carta alla parete…

– STACCA O VATTENE! Non posso perdere tempo con voi feticisti del passato. Mi sono bastati gli anni vissuti con quella magara di mia nonna.

Simone sospirò. Quando Cecilia assumeva quel tono arcigno non c’era da replicare.

I primi a cadere furono i poster di una rivista per ragazzine degli anni ’80 e ‘90. Cantanti dal ciuffo ardito, vestiti di giacche con spalline che oggi farebbero vergognare un cabarettista, finirono inesorabilmente a terra in compagnia di boy band ormai sciolte. Il secondo strato rivelò manifesti politici, tra cui uno di Jacovitti per la DC, e post modernisti della Scuola Svizzera. Poi volantini che incitavano alla rivoluzione tipici del ’60, alcuni ciclostilati. Simone, ma anche Cecilia che non lo avrebbe mai ammesso, quando arrivarono al quarto strato composto da manifesti di guerra di Boccasile e Borgoni, si fermarono un attimo ad ammirare quelle che sembravano opere di Mimmo Rotella, fatte di strappi irregolari.

 
“Tacete. Il nemico vi ascolta” – lesse sulla parete Simone.


“Taci e LAVORA” – rispose Cecilia, con il tono di voce colpevole di chi sa di star commettendo un crimine.


E ancora: pubblicità delle Signorine Grandi Firme, pagine di quotidiani degli anni ’20, manifesti in caratteri cirillici che propagandavano qualche messaggio di una Russia che non esiste più, Art Nouveau, Art Deco, la Belle Époque, tavole domenicali di Little Nemo di McCay tratte dall’ Herald-Tribune dei primi del ‘900, immagini, volti, scritte, idee, nessuna più moderna dell’altre, tutte condannate a sfiorare l’eternità, senza raggiungerla.


Quando l’ultimo strato fu scrostato, un mare di carta ondeggiava sul pavimento e una parete spoglia e macchiata di colla si stagliava di fronte ai due fidanzati che, come nei cartoni animai, sgranarono gli occhi.


– Una porta. C’è una porta. Che cazzo ci fa una porta qui? Ci dovrebbero essere solo muro e mattoni dietro quella parete.

– Simone, io entro. Mi sembra di essere in un libro delle Cronache di Narnia di Lewis. Io entro.

– Ma dove vai? Sarà bloccata sicuramente. Non viene aperta da… che ne so… un secolo.

Invece la porta si aprì con facilità. Non aveva maniglia, ma solo un buco impolverato grande quanto un dito.


Cecilia sospirò, tirò, ed entrò.

La stanza era grande come un campo di tennis.


La luce filtrava baluginando dal tetto, parzialmente sfondato in più parti.

Al suo interno, disposte in forma circolare, c’erano decine di librerie, ma neppure un libro.

Sugli scaffali curvi erano posati oggetti di mille fatture: vecchi astrolabi minuscoli, clessidre rotte, barattoli di liquidi colorati in cui riposavano strani animali. Su di una, ordinati con maniaca attenzione, mille quadretti in ognuno dei quali uno spillo immobilizzava una farfalla diversa. E tanto altro… ma Cecilia, avanzando torcia in mano, non lo notò.

La sua attenzione era calamitata da quel tavolinetto che si ergeva al centro della stanza, illuminato, con precisione cinematografica, da un fascio di raggi solari che il tetto lasciava entrare.

Sul tavolinetto, una scatola di legno intagliato con un pipistrello dorato sul coperchio, che la donna non resistette ad aprire.

Nella scatola un sacchetto.

Nel sacchetto la custodia di un’armonica a bocca.

Nella custodia una busta di carta.

Nella busta, ripiegato, un foglio a righe, di quelli da computisteria. Ingiallito.
Il foglio, con inchiostro rosso scarlatto, recava la scritta:

10 gennaio 2020.

Tu e tuo fratello.

A Wuan. Hankou HSBC Building.

La biblioteca.

Conto su di voi.


                                                                                                                                      Nonna Marie

– Che cazzo significa? – pensò Cecilia – E soprattutto, per i piedi di San Costanzo camminatore, dove è cazzo è Wuan?

Nel farlo lasciò cadere la busta che conteneva la lettera, sulla quale svettavano incise le parole:

“A mia nipote, Cecilia Nogler”

Andrea Mazzotta

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