Pandemica Narrazione

Pandemica Narrazione
veduta di San Pietroburgo sotto la neve
San Pietroburgo sotto la neve

Tommy Bello

Nogler scese lentamente dall’auto e si voltò. Strinse un po’ gli occhi, concentrandosi sul suo interlocutore che, intanto, richiudeva il coltello a serramanico.

–        Che cazzo c’entra mia sorella?

–        Tu gli vuoi bene a tua sorella, vero, Tommy Bello?

“Tommy Bello”.

Quel nomignolo prese il cervello di Nogler, lo appallottolò e lo lanciò indietro nei ricordi.

Sei, forse sette anni prima, San Pietroburgo. Un bar come tanti sulla Dumskaja. Odore persistente di sigarette e intrugli a base di vodka e arancia. Nadiya che balla a pochi metri da lui, azzardando movenze che solo le donne russe sanno osare, su tacchi come quelli.

Lei smette di ballare, gli si avvicina. La caviglia per un attimo cede di lato, lei recupera, avanza. Un dito sul labbro inferiore di Nogler e una improbabile espressione da bambina triste.

–        Dai, divertiamoci ancora qualche giorno, Tommy Bello!

Una veloce mescolata al suo cocktail analcolico, poi Nogler mise sù una faccia dispiaciuta.

–        Vorrei tanto poter rimanere ancora un pò, piccola, ma gli affari mi costringono a tornare velocemente in Italia, lo sai. Vedrai che massimo una o due settimane, salto di nuovo su un aereo e torno da te, ok?

Bacetto.

Nogler non tornò mai più in Russia dopo quella volta. Gli “affari” che lo obbligavano a rientrare in fretta e furia si chiamavano F.S.B., mica Topo Gigio.

“Coi Servizi russi non si scherza, Nogler”.

Il Presidente era stato perentorio. Rientro immediato.

Ed effettivamente quella volta se l’era vista brutta, lo ricordava bene: usciti dal locale, lui e Nadiya si incamminarono verso casa di lei. Lo stretto appartamentino con la carta da parati a losanghe, per fortuna non era molto distante. Quel poco di vento che si era alzato faceva penetrare tra le fibre dei vestiti un freddo a cui Nogler non era abituato.

–        Amico hai una sigaretta?

Un tale, cappuccio con pellicciotto calato sulla testa, gli veniva incontro, oscillando indice e medio uniti, davanti alla bocca.

–        Non fumo, scusa…

Che poi.

Tutte le dannate volte sentiva il bisogno di scusarsi, ma mica uno è tenuto a prendere quello stupido vizio e distribuire sigarette a chicchessia, o no?

Nogler fece per proseguire, scansando il tipo e stringendo un po’ più forte a sé il fianco di Nadiya.

Dei passi leggeri e rapidi alle loro spalle. Un secondo uomo, sbucato da chissà dove, tentò di assestare un poderoso colpo alla nuca di Nogler. Nadiya, in un balenìo di chiaroveggenza, indotta forse dal quarto Screwdriver buttato giù poco prima nel locale, si voltò appena in tempo per dare uno spintone al malintenzionato e scongiurare il k.o..

Nogler si voltò di scatto. La sua amica russa cacciò uno strillo.

  • Ahhh! Tommy Bello!

Gli attimi seguenti furono concitati. Qualche cazzotto ben assestato, strattoni, graffi, diversi calci.

Tommaso, con un po’ di fortuna, riuscì, dopo una breve e turbinosa colluttazione, a respingere i suoi aggressori cavandosela con un occhio pesto e le costole accartocciate.

Due maschi sulla trentina, metro e ottanta, atletici. Capelli corti, taglio militare. Volto anonimo. Parka scuro e jeans. Quei due erano lì per lui, ne era certo.

Nadiya era rovinata per terra, ma stava bene. E poi lei non sapeva nulla di lui. Se la sarebbe cavata.

Nogler se la diede a gambe.

Da lontano, mentre col cuore che pompava a mille schivava i passanti, si sentì chiamare da quell’uomo, con voce graffiata e tono sfottente.

–        Torna qui! Tommy Bello!

Il mattino dopo era già su un volo, direzione Roma Fiumicino.

Erano passati un po’ di anni, ma i ricordi, magari incasinati un po’ dalle botte prese allora, erano ancora vividi. Si, cazzo. La voce graffiata, quell’aria da Daniel Craig dei poveri, era proprio lui, quello della sigaretta.

Possibile che dopo tutto quel tempo dall’episodio di San Pietroburgo, fosse stato il caso a piazzare di nuovo quell’uomo sulla strada di Nogler?

“No. Decisamente no.” – disse tra sé e sé.

“Questo russo è sulle mie tracce da un bel pezzo, altroché.”

“Tommaso, non esistono le coincidenze. È solo che tra gli eventi, talvolta, ci sono collegamenti che noi non riusciamo a vedere, o a capire”.

Saggia donna la nonna Marie. Alle volte se ne usciva con certe perle che ti lasciavano lì a rifletterci su per ore. O quantomeno fino a che poi non ti chiamava per la merenda. Per i suoi nipoti faceva di quei manicaretti… pasticceria francese della sua tradizione, ma anche ricette esotiche scovate qua e là nei suoi tanti viaggi per il mondo e rielaborate per venire incontro ai gusti difficili ed alle mille allergie della piccola di casa, Cécile, come la chiamava affettuosamente lei.

–        Tua sorella c’entra, Signor Nogler. Cecilia, giusto? Ragazza simpatica, allegra. Piena di vita…

Il russo abbozzò un sorrisetto alludente.

Una vampata di calore partì dallo stomaco di Nogler e risalì fino alle orecchie, che tradirono il suo improvviso accesso di ira, divenendo paonazze. Poi la rabbia sfogò fuoriuscendo dal suo corpo in forma di parole, ben scandite e pronunciate lentamente, tra i denti.

–        Sei proprio un pezzo di merda.

L’uomo seduto sul sedile dell’auto, si guardò le unghie, con noncuranza, poi fissò Tommaso negli occhi.

–        …Ma non è detto che le debba capitare per forza qualcosa di brutto, no? In fondo dipende da te. Farai il bravo, Tommy Bello? Io dico di sì.

Nogler fece un respiro profondo. Tornò in sé. La voce ferma, lo sguardo freddo.

–        Perché proprio io? Perché la Cina, Wuan…tutto il resto?

Il russo afferrò lo sportello e lo chiuse. Poi, con un ronzio elettrico, il finestrino si abbassò un poco.

–        Che dirti, Nogler. È una questione di famiglia…

Un secondo dopo, l’auto si mise in moto e si avviò, lasciando Tommaso lì, con la fronte aggrottata, a cercare di trovare un senso a quell’ultima frase rivoltagli con il tono di chi vuole lasciare intendere chissà cosa.

Fatti appena cinque metri, la Ford Mondeo dai vetri oscurati rallentò di nuovo la corsa.

–        Ehi, Nogler.

Pausa. –        Mi raccomando, non fidarti degli Americani.

Francesco Alteo Minnicelli

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