Pandemica Narrazione

Pandemica Narrazione
“Tutti Santi” Il progetto è curato dallo studio FF3300 Visual Arts & Design

Cecilia Nogler e i suoi santi pazzi

La chiave col filo rosso gli sembrò incandescente; da quando l’aveva trovata in quella strana, enorme stanza nascosta, la teneva sempre addosso.

Con gli occhi socchiusi e un calice di Dom Perignon fra le mani Simone ripensò agli eventi che lo avevano portato lì, a bordo di quell’aereo.

Dopo che Cecilia aveva trovato la lettera della nonna, tra un San Crispino astemio e una Santa Rolanda stanca, aveva cominciato ad abbaiargli ordini a raffica. Simone aveva imparato presto che quando era nella modalità Signorina Rottweiler, Cecilia non andava contraddetta.

Con la lettera in una mano e l’enorme borsa verde pisello che si portava sempre dietro, Cecilia aveva alternato abbaii e ringhi; l’ultima cosa che gli aveva detto era:” Per San Sebaldo calvo, muoviti a riempire quegli scatoloni, non star lì a guardarti in giro. Io vado avanti con il furgone e ti lascio l’auto. Mi raccomando, non combinarne una delle tue, per San Bovo nuovo”.

Senza avere il tempo di dirle “ciao”, Simone l’aveva sentita sbattere porte e portiere, aveva sentito il ruggito del motore del furgone, poi il silenzio improvviso.

Lì, in penombra, si era reso conto che il silenzio era una sinfonia meravigliosa della quale aveva perso nozione, da quando Cecilia era entrata nella sua vita.

Era andato a prendere una lampada da campeggio, che aveva ben nascosto nell’auto – sapeva che Cecilia avrebbe preso il furgone – e aveva cominciato a guardarsi intorno. Era lì per cercare qualcosa, ma non sapeva cosa di preciso.

Aveva svuotato scaffali e riempito scatoloni, c’era rimasto ancora poco da cercare. Era sospeso tra scoramento ed incazzatura.

Si era riavviato i capelli, più per scacciar via la tensione, e qualcosa aveva catturato la sua attenzione: una coppia di boccali di peltro con il triskell inciso.

Anzi no, quello che lo colpì era il nodo d’amore color rosso che teneva insieme la coppia di boccali di peltro col il triskell inciso.

Li prese in mano e guardò nel loro interno: il nodo d’amore continuava in un filo rosso alla cui estremità era legata una chiave e in uno dei due boccali c’era un foglietto color carta da zucchero. Prese la chiave dal filo rosso, tirò fuori il biglietto dal boccale e lo aprì.

Stentò a credere a quello che leggeva: ideogrammi giapponesi per un indirizzo di Hanyang-Wuhan, Cina.

14155 – Building Xiao Li

25 Xianzheng St, Hanyang District, Wuhan, Hubei, Cina

La chiave cominciò a bruciargli in mano e se la mise in tasca; in un’altra tasca mise il foglietto. Nel suo cervello rimbombavano domande, pensieri, possibilità, ma lui finì di fare quello che doveva fare. Chiuse la casa, caricò l’auto. Salì e mise in moto. Solo quando cominciò a lasciarsi il viale alberato alle spalle riprese a respirare.

Arrivato sotto casa di Cecilia, lasciò la macchina e se andò.

Aveva finito di bere lo champagne. Erano stati giorni convulsi. Le zone rosse aumentavano sempre di più e c’era tanta difficoltà negli spostamenti. Ma Simone se ne curava poco: il suo secondo passaporto, tra l’altro un passaporto diplomatico, era un vero passepartout.

Cecilia Nogler era stato uno dei suoi peggiori incarichi, anzi il peggiore incarico della sua vita. Ma ne era valsa la pena.

Infatti, era su quell’aereo, con la chiave dal filo rosso e il foglietto color carta da zucchero.

Con noncuranza, di tanto in tanto si accertava che fossero sempre al loro posto. Aveva rischiato così tanto per cercarli.

“Signor Paternò, mi scusi devo prenderle il calice…sa, dobbiamo sistemare tutto prima dell’atterraggio” l’hostess dalle labbra scarlatte aveva interrotto il filo dei pensieri di Simone.

Simone Paternò sorrise e le porse il calice. Era davvero bella. Completamente diversa da Cecilia Nogler.

Chissà perché all’improvviso gli era tornata in mente Cecilia, con i suoi santi pazzi e la sua enorme borsa verde pisello…chissà se Cecilia pensava a lui, tra un abbaio e un ringhio. Stava diventando sentimentale per colpa dello champagne. Cecilia non si sarebbe resa conto della sua sparizione per almeno altre tre settimane. Aveva organizzato tutto in maniera perfetta. Era quello che gli riusciva meglio.

La spia delle cinture di sicurezza si era accesa, se l’allacciò e guardò fuori dal finestrino. Cominciavano a divenire sempre più netti i contorni della città vista dall’alto. Wuhan era sotto di lui.

L’atterraggio era imminente.

Aveva sempre odiato gli atterraggi; gli erano sempre sembrati una fine prima ancora di aver avuto un inizio. Proprio come certe storie d’amore impossibili.

Simone Paternò chiuse gli occhi.

Quando li riaprì, era Xī méng Paternò ed era tornato a casa.

Fabiana Corami

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