Pandemica Narrazione

Pandemica Narrazione
Pagoda della Gru Gialla, particolare del pianterreno.
Si trova a Wǔhàn, nella provincia di Hubei

L’immortale

L’asfalto era umidissimo, sui marciapiedi si scorgevano più lumache che pedoni.

Erano talmente grosse e viscide che si vedevano anche dai vetri appannati dell’auto in corsa. Il grigiore che dominava in città non era semplice nebbia: si trattava di un mix di  polveri sottili, smog, inquinamento atmosferico anche se a livelli ridotti.  

Vedi quel megaschermo? – chiese Zhao – E’ l’unico modo che hanno i cittadini per poter vedere alba e tramonto.

In effetti non ci si allontanava dalla verità. A Wuhan era diventato difficile poter godere della vista di un cielo limpido e della luce brillante del sole. Anche se da qualche settimana un bagliore reale qualcuno riusciva a scorgerlo.

Nogler aveva solo uno zainetto in spalla, lʼunico suo bagaglio, e sembrava un turista come tanti con la sola differenza che non c’erano hotel aperti, musei, e soprattutto semafori col rosso.

“Niente 九头鸟  in giro. Visto?” – osservò Zhao

“Chi?”

“Dimentichi sempre che noi dell’Hubei siamo “Uccelli dalle nove teste”.

“Questa vostra mania del volo non la capirò mai” rispose Nogler.

“Aspetta di vedere il luogo dove stiamo andando”.

Dal ponte di Wuhan che attraversa l’immenso Yangtze i due presero la Gatetwo per raggiungere il Monte Sheshan, detto la collina del Serpente, al centro del quartiere di Wuchang, vicino al Chang Jiang.

“Ma dove diavolo mi stai portando?” chiese Nogler dopo un po’.

“Te l’ho detto, oggi si vola”.

“Capirai mi sono sparato 1000 ore d’aereo!”

“Ahhhh… Dovrei soprannominarti Tommy il Brontolone” disse Zhao ridendo.

“Ma qui è davvero nebbioso” osservò Nogler guardando fuori dal finestrino.

“Allora non hai ascoltato Boris Grebenshchikov”.

“Russo? Da quando ascolti musica russa?”

“Zitto! – intimò Zhao stringendo il volante – Adesso devo accelerare”

Zhao aveva sempre avuto un buon rapporto con la velocità e nemmeno le carezze di Nogler fermarono la sua corsa verso la misteriosa meta.

“Siamo arrivati? Ho la nausea cazzo!” disse Nogler dopo 40 minuti di curve.

“Si – rispose Zhao – voi occidentali sempre delicati di stomaco”.

Il conseguente e fastidiosissimo barotrauma alle orecchie poteva dire solo una cosa: erano arrivati parecchio in alto. La montagna si elevava sensibilmente al di sopra della città. Davanti a loro si ergeva una meravigliosa Torre in legno.

“Qui si vola sul serio oggi. Che razza di Torre è?” chiese Nogler strabuzzando gli occhi.

“Questa è La Torre, o meglio la Pagoda della Gru Gialla” rispose il suo compagno.

“Oh, sta cosa degli uccelli voi proprio un chiodo fisso”.

Zhao questa volta non rise, anzi, prese la pistola con cui aveva accolto il suo compagno di effusioni amorose e gliela puntò dritta in fronte.

“Ehi – esclamò con voce sorpresa Nogler – dai stavo scherzando, metti giù quell’arnese”.

“Mi spiace ma adesso si cambia musica – disse Zhao con serietà. Muoviti lentamente e percorri la scalinata in silenzio”.

Tommaso il tonto dovevano chiamarmi pensò tra sé Nogler. I brividi di freddo continuarono a percorrere tutto il suo corpo, e a questi si aggiunse una difficoltà respiratoria non indifferente.

“Mi manca il respiro – disse con voce affannosa Nogler dopo un bel pezzo di salita – Saranno queste maledette scale. Ma poi ste Pagode a che cazzo servivano?”

“Zitto! Offendi la memoria dell’immortale che salì la collina in sella alla gru gialla”.

Dopo aver salito a fatica una mole di gradini entrarono in una grande sala. Lo spazio era buio, arredato con due divani usurati, un grande tavolo circondato da sgabelli. Seduto al grande tavolo circolare c’era un uomo intento a finire una minestra incolore preparata e lasciata sobbollire sul braciere al centro della stanza. Afferrò un pezzo di pane e una tazzina con del sake di riso e cominciò a sfogliare strani libri e documenti. Sorseggiò in fretta, poi alzò lo sguardo verso i due.

“Cazzo ma è il tizio della berlina!” esclamò sorpreso Nogler.

“Bene Tommy – disse Zhao girandosi verso di lui – adesso ti lascio in buone mani”.

Nogler lo guardò esterrefatto. “Dove vai? Che cosa ci faccio qui da solo?”

“Bye, baby” fu la risposta che ebbe. Poi Zhao si girò e uscì fuori dalla sala.

Nogler rimase nella stanza per circa un’ora da solo con quell’uomo. Era alto e aveva naso e zigomi arrossati, il colorito tipico di chi ha fatto dellʼalcol il suo migliore amico. Indossava degli strani pantaloni attillati, una blusa verde con una strana scritta cucita sopra che significava “Armonia celeste” e un berretto di vera pelle. Il tizio iniziò a leggere quei documenti e gli vennero a mancare le parole per completare le frasi. Prese a darsi dei colpi sulla fronte con il palmo della mano, come a voler scoperchiare la materia grigia per liberare la forma degli ideogrammi che non riusciva a decifrare. Poi si voltò verso Nogler con quello sguardo perso nelle nebbie dellʼalcol e disse in cinese: “我喝了太多我想不到的 – Ho bevuto troppo, non riesco a pensare”.

E continui a bere? stava per dirgli Nogler, ma aveva paura della risposta. Cominciò a calcolare le proprie probabilità di fuga dalla morte.

Lasciò cadere lo zaino a terra e si preparò a difendersi, quando d’un tratto l’orientale parlò. E questa volta in lingua italiana. “Devi imparare a riconoscere gli amici dai nemici” disse. Il silenzio che da ore era protagonista assoluto venne rotto dal suono primordiale di un tamburo che si avvicinava velocemente. Davanti a Nogler apparvero una decina di monaci taoisti tutti vestiti con tunica lunga e la scritta “Armonia Celeste” cucita sopra. Erano tutti disposti orizzontalmente quasi a voler proteggere qualcuno.

Infatti la riga si aprì lasciando spazio ad un monaco con una strana maschera apotropaica sul viso che, quasi fluttuando, raggiunse Nogler e con estrema naturalezza  gli indicò il dipinto rischiarato da alcune candele accese rapidamente.

“Guarda questo dipinto – disse con voce calda – raffigura una torre e un sacerdote taoista che volano verso il cielo su una gru gialla. Il sacerdote stringe un flauto tra le mani, ed è stato con l’aiuto di questo strumento musicale che ha controllato la gru.

Presta attenzione alle nuvole nel mosaico. È certamente un’esagerazione, la città di Wuhan stessa è quasi al livello del mare e la torre stessa non è alta più di 100 metri.

Ma è la gru che a noi interessa. Essa porta in paradiso le anime dei morti”.

Nogler scoppiò in una risata sguaiata. “Qui fumate roba forte!” rispose, non riuscendo a trattenersi.

Il monaco si voltò e dietro il suo capo comparve un’altra maschera apotropaica, questa volta dall’aspetto arcigno e macabro. Rispose prontamente “Mi ricordi molto il lunatico Wang, una persona delusa dalla vita che ha trascorso il suo tempo nell’effimeratezza, alla continua ricerca di una posizione nel mondo, ricerca che non ha fatto altro che lasciargli un senso di vuoto che l’ha spinto anche ad uccidere o a dimenticare alcuni eventi della sua vita”. 

“Deluso io? – ribattè Nogler – Semmai sfortunato, mettiamola così. E levatemi ste candele gialle dagli occhi”.

“Rassegnati – rispose il monaco – il giallo qui è un colore che domina. Pensa alla Biblioteca dell’Immortale!”.

Nogler si grattò la fronte e gli venne subito in mente un nome: Yueh.

“Ricevetti l’informazione dell’esistenza di questo posto – disse allora Nogler  – da Luna, una bellissima donna cinese dai capelli blu notte che parlava italiano. Mi disse che ad Hankou c’erano libri abbandonati e mi presentò un monaco taoista di nome Qingqi il quale mi spiegò che esisteva una biblioteca fondata da monaci francescani provenienti da Venezia alla metà del 1800”.

Il monaco si girò nuovamente verso Nogler rivolgendogli la maschera dall’aspetto sereno. “L’ultimo vescovo di Hankou – disse – si preoccupò di raccogliere tutti i libri che erano presenti nel circondario, operazione finanziata dai francescani in Italia. Noi monaci dell’Armonia celeste abbiamo trovato e catalogato foto di esperti stranieri venuti in questo luogo, ma fondamentalmente di questa biblioteca non se ne sapeva niente, e soprattutto non se ne conosceva il contenuto. È rimasta abbandonata per molti anni, dopo la morte di Guangqing qualche anno fa, erano rimasti solo preti che non parlavano alcuna lingua straniera e non conoscevano il contenuto e l’importanza dei volumi. Vedi Li-Tzu, sta cercando di decifrarne alcuni. Dai timbri di possesso siamo potuti risalire alla provenienza di alcuni libri. Ne stiamo cercando uno in particolare che pare abbia al suo interno una formula rivoluzionaria creata dalla mano di uno dei monaci della nostra setta”.

“Ma a cosa dovrebbe servire questa formula?” chiese allora Nogler?

Il monaco si levò la maschera a due facce. “Sei pronto alla guerra, Daddy?”

Nogler si perse nell’ultima parola pronunciata da quel giovane, “ Daddy”. Lo osservò attentamente. Aveva i suoi stessi tratti somatici. Stessi occhi, stesso naso, stessa bocca. Era Tommaso o era un essere generato da lui? Un figlio?

Gli salì la febbre.

Elisabetta Salatino

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