Pirro e la nuova visione dell'industria

Pirro e la nuova visione dell'industria

Oggi 3 giugno è un nuovo passo nel percorso dell’uscita dalle misure per contrastare la pandemia del Covid 19. Inizia ufficialmente la fase 3 che significa una maggiore libertà di movimento nell’area Schengen, con spostamenti anche attraverso aerei e treni sempre tenendo i vincoli stabiliti per la distanza di sicurezza. Certo ci saranno sempre delle misure diverse a seconda delle regioni, qualcosa su cui si dovrà tenere conto alla fine di tutto questo, ma saranno molte le cose di cui si dovrà tenere conto per fare un bilancio definitivo delle misure contro la pandemia, che ad oggi ha provocato in Italia 33.650 vittime, dato che non va mai dimenticato e che, oltretutto, probabilmente è destinato ad aumentare. Tutto questo sta provocando, che si voglia o meno, dei cambiamenti negli scenari umani, sociali ed economici del nostro mondo: dalla de-urbanizzazione delle grandi città alla crescita dello smart working. Quali saranno gli esiti credo sia difficile da prevedere anche per la Pizia o la Sibilla! Noi stiamo analizzando le realtà di chi affronta le difficoltà e lo scenario del presente, cercando così di offrire possibili percorsi e mappe che possono far emergere soluzioni comuni.
Alcuni giorni fa, abbiamo visitato lo stabilimento Pirro, brand internazionale alimentare, partito dalla Calabria, oggi commercializzato in tutti i 5 continenti e che fa parte di un gruppo con un fatturato di 20 milioni di euro.  Un incontro estremamente proficuo che ha fatto emergere elementi di grande interesse e che siamo felice di potervi riportare.

L’industria alimentare ed il lockdown

 

Sappiamo che per alcune aziende del comparto alimentare questa fase ha significato un aumento di produzione. Come è stato per voi il periodo del lockdown?

Per noi è stato un periodo estremamente proficuo a livello di produzione e anche di vendita. Adesso la situazione con la fase 2 è scesa un po’ e si è stabilizzata.

Paradossalmente si è stabilizzata con la fine del lockdown?

Per noi in questo momento, il periodo della tarda primavera, è normale che cali l’acquisto. Normalmente è il periodo in cui si fanno diete per rimettersi in forma per l’estate e per il mare. Le industrie però non calano la produzione, la mantengono ad alto regime perché si creano le famose “riserve” che serviranno durante il resto dell’anno, soprattutto in inverno dove il consumo aumenta anche per la presenza maggiore di festività. Noi diciamo sempre che i primi sei mesi sono quelli più di produzione, gli altri più di consumo.

Quindi voi non avete interrotto la produzione nel periodo del Covid 19?

Mai fermata la produzione, anzi l’abbiamo incrementata fino a Pasqua, come è successo a tutte le industrie alimentari che lavorano a livello mondiale e quindi vivono su prenotazioni ed ordini. Noi ora stiamo lavorando per Natale prossimo, mentre a settembre scorso abbiamo lavorato per la Pasqua passata. Così da rispondere a tutti i nostri compratori in Usa, Australia, Giappone, ecc.

Perché voi vendete in tutto il mondo, vero?

Esatto. Noi vendiamo in 18 paesi sparsi tutto il mondo, in tutti paesi dove ci sono italiani. Abbiamo chiuso le commesse che erano state programmato dai nostri compratori, dai nostri buyer. Il consumo che è aumentato di più è stato quello delle famiglie in Italia in questo periodo, che stando a casa per il lockdown a causa del Covid hanno aumentato il consumo dei prodotti alimentari di fascia più alta. Diciamo che in un periodo così difficile gli italiani hanno scelto di mangiare meglio. C’è stato addirittura un fenomeno di fare la pasta ed il pane a casa da soli. All’inizio c’è stato la paura che mancasse il cibo a causa della pandemia, poi le notizie confortanti dal governo hanno tranquillizzato le persone e sono cambiate le abitudini di spesa per esempio.

Puoi spiegare meglio questo concetto?

L’80% degli acquisti avviene negli ipermercati e nei centri commerciali. Nel periodo della pandemia questo è cambiato. La gente, anche perché c’erano le limitazioni alla circolazione, ha riscoperto i punti vendita sotto casa, dove ci sono prodotti diversi da quelli che si trovano negli ipermercati, rivolgendosi ad una gastronomia diversa, più di tipo familiare ed artigianale.
Noi stiamo soffrendo ora un po’ al livello produttivo perché ci mancano le prenotazioni che solitamente in questo periodo ed in quello passato avevamo dall’estero. Il settore dell’industria alimentare è basato più sull’incontro e sugli appuntamenti fieristici piuttosto che lo smart working. Le fiere e gli eventi, lo abbiamo visto, sono saltate tutte ovunque. Italia, poi New York e Parigi. La paura per noi e per tutta l’industria è più in questa fase piuttosto che durante il lockdown, cioè la paura nel non sapere chi comprerà in futuro. Le industrie producono per un orizzonte futuro, non producono per l’orizzonte immediato.  Quello immediato è stato più percepito dalla ristorazione e dal commercio al dettaglio, ma loro ora riprenderanno perché dopo il lockdown ci sarà una voglia di uscire fuori da parte della gente. Per l’industria il problema sarà adesso dovuta alla mancanza delle fiere e degli eventi ci porterà ad un fermo per la mancanza della programmazione degli ordinativi. Noi qui produciamo 120 quintali al giorno di pasta e adesso dovremo fermarci perché non sappiamo dove mettere la merce e soprattutto quanta merce venderemo. Non possiamo fare volumi che non sono stati prenotati. Anche perché avere i magazzini pieni di prodotti invenduti porterà a farli deprezzare, una cosa che non fa per niente bene al mercato. Stiamo infatti notando che sia noi che facciamo pasta di alta gamma, sia il settore della pasta industriale, ci stiamo fermando.

Non è possibile pensare all’e-commerce per il vostro tipo di prodotto?

Ormai l’acquisto online fa parte della nostra vita per moltissimo prodotti, anche perché passiamo molto tempo di fronte allo schermo di un computer o di uno smartphone. L’alimentare è un settore diverso, è un prodotto diverso. Vogliamo e dobbiamo vederlo.

Ti riferisci alla tattilità del prodotto?

Esatto. A prescindere dal fatto che la nuova generazione credo potrà capovolgere questa abitudine, noi sulla spesa alimentare vogliamo ancora vederla e maneggiarla quando l’acquistiamo, vogliamo un riscontro immediato. Ricordiamoci poi che parliamo di un prodotto fragile che quindi ha bisogno di essere ripensato ed innovato per essere più forte nel mercato. Una rivoluzione che noi stiamo iniziando e che continuerà con i miei figli.

Innovare la pasta, rinnovare il brand

 

Innovare la pasta. Cosa si intende?

Voglio dire di non vendere solamente il singolo prodotto, ma creare un paniere, un percorso di gusto che riesca a combinare vari prodotti uniti fra loro. Andare oltre il “compra calabrese” ed il “compra italiano”. Pirro da azienda di pasta, infatti, si è trasformata in azienda di specialità alimentari. Noi abbiamo creato la linea dei prodotti al tartufo Pirro, pasta compresa ma non solo pasta. Quindi la linea del tartufo nero di Calabria e anche quella del peperoncino rosso di Calabria. Così oltre la pasta aromatizzata vendiamo sughi, oli, condimenti e altro come salumi e formaggi in futuro. Abbiniamo ad un prodotto povero come la pasta dei prodotti più pregiati per portare avanti il nostro brand di produzione alimentare. Abbiamo creato delle vere ceste di prodotti. Stiamo investendo moltissimo in marketing e comunicazione.

Però su questo fenomeno la fase del lockdown ha impresso un’accelerazione a questo processo?

Assolutamente! Però ricorda sempre che ci sono prodotti che quando li compri online li aspetti con ansia, parlo per esempio di uno smartphone o di un vestito, mentre la spesa normale ti ripeto ha ancora bisogno di una scelta di tipo più tradizionale. La generazione dei ragazzi under 18 oggi già cambierà queste abitudini di consumo. Cambieranno il modo stesso di vivere l’alimentazione. Io credo che le nuove generazioni mangeranno per un bisogno di nutrirsi, cosa che già esiste nei paesi anglosassoni, e sposteranno il desiderio e l’attesa del prodotto quando andranno nei locali e nei ristoranti fuori.

Intendi il cibo come ritualità del gusto?

Perfettamente. La necessità sarà in casa mentre il rito della scelta sarà fuori. Per questo abbiamo voluto investire in questo processo innovativo, anche perché noi in Italia abbiamo costruito un brand intorno al cibo anche se oggi è molto modificato.

In che modo è cambiato?

Io sono 36 anni che seguo la produzione della pasta. Ho visto come l’emigrazione ha operato un vero e proprio trasferimento di cultura nei luoghi dove si è insediata, creando anche industrie di produzione alimentare direttamente sul posto. Prima gli italiani all’estero compravano i prodotti che venivano prodotti in Italia. Col tempo le nuove generazioni nate da famiglie italiane all’estero hanno creato un rapporto di fiducia con queste attività e per loro il brand del mangiare italiano non è più tanto con la produzione che viene dall’Italia ma con le attività che sono lì sul posto, che sicuramente sono comunque diverse dall’originale, anche perché i prodotti usati sono diversi. La nostra arma vincente, se vogliamo comunque mantenere forte il nostro brand alimentare, sarà non guardare i numeri. I grandi numeri fanno numeri che non portano a nulla! Bisogna puntare sulla qualità, ma la qualità è una scelta. Fare meno per fare meglio è un paradigma che non deve farci sentire assolutamente inferiori.

Puntare quindi alle nicchie di valore, giusto?

Esatto. Puntare a target alti e a target di élite che possono comprendere un prodotto di altissima qualità che mantiene le caratteristiche del brand e dell’identità. Bisogna superare la paura del basso fatturato all’inizio per mantenere l’asset della qualità che invece è vincente sul medio-lungo periodo.

 

Serve una nuova sinergia fra impresa e politica

Come giudichi le misure prese dal governo per far fronte alla crisi?

Sono state tutte mosse mirate, giustamente, a sostenere principalmente le persone principalmente e meno le imprese. Adesso però gli scenari cambiano e c’è bisogno di sostegno alle imprese. Noi ora fermiamo la produzione e per fortuna c’è la cassa integrazione fino a luglio quindi i nostri dipendenti non perderanno nulla. Adesso però che le aziende sono costrette a rallentare ed arriverà il momento più difficile, anche perché senza ordinativi si alzeranno i prezzi e quindi questo porterà ad un aumento della conflittualità sociale. Sarà un inverno caldo come si dice. Poi va considerato il fattore emotivo che è sempre fortissimo in economia. La paura del futuro per un nuovo ritorno del virus limita moltissimo il discorso dei consumi e di conseguenza dell’investimento.

Credi che l’Italia ed il Sud abbiano le carte in regola per superare questo periodo?

Il sud ha sempre avuto potenzialità enormi, però davvero mal sfruttare. Negli ultimi anni abbiamo perso visibilità ed accoglienza. È da molto tempo che non c’è un grande evento che dia visibilità al Sud e quindi di conseguenza turismo ed accoglienza. Per noi che lavoriamo sul territorio questo è importante. La tua forza la devi costruire prima di tutto in casa, anche se come noi ti rivolgi in tutto il mondo. Mancano infrastrutture e vie di comunicazione, soprattutto qui in Calabria. Pochissimi sanno che noi siamo una delle regioni meno inquinate d’Italia e siamo la regione che produce più acqua di tutti in Italia, dovuta alle tante montagne. Questo ti garantisce una produzione di altissimo livello. Qui si inserisce un difetto terribile: la mancanza di collaborazione. Un difetto che ci ha impedito di creare dei consorzi che ci rendessero forti nei confronti dei compratori e della GDO. Bisogna capire come superare questo difetto, capire che non basta la produzione, ma investire risorse nella parte commerciale, nel marketing e nella comunicazione, che sono necessari e non delle spese inutili.

Come sosteniamo questi brand a livello di comunicazione?

Bisogna essere presenti in tutti i grandi appuntamenti mondiali: Germania, Usa, Parigi e Italia. 15 anni fa ci fu un grande investimento in visibilità che restituì moltissimo al sud, soprattutto nella possibilità successiva di chiudere gli ordinativi. Qui serve un fortissimo aiuto da parte della politica in sinergia con le imprese. Bisogna anche valutare la tipologia delle aziende, fra quelle che sono più importanti e con una produzione più rilevante rispetto a quelle più piccole e con caratteristiche diverse. Puntare sulle più importanti come vetrina permette di fare sistema anche alle altre perché ti permette di creare il sistema. C’è necessità poi di avere competenze ben precise e specifiche per sostenere i brand, un errore che purtroppo commettono in tanti e non solo in Calabria. La comunicazione ed il marketing non possono essere improvvisate, devono essere fatte da professionisti. Purtroppo ancora c’è gente che creda si possa fare la casa, come la pasta.

Sentiamo sempre parlare della politica che deve sostenere l’impresa ma cerchiamo di dare degli esempi?

Certo. È una questione di scambio. Noi oggi qui siamo 80 dipendenti. Poi abbiamo uno stabilimento in Piemonte realizzato in unione con Alfieri, azienda alimentare di gran pregio nelle Langhe vicino Alba, su cui abbiamo investito, siamo diventati soci e forniamo prodotti. Abbiamo realizzato uno stabilimento che chiamiamo l’industria visibile perché è fatta tutta in vetro. Ogni giorno facciamo 6 corse con vari pullman che portano dei visitatori. Arrivano nello showroom, gli spiegano come funzionano ed i turisti poi fanno molti acquisti. Questo porta aumento di fatturato e aumento di conoscenza del brand, abbiamo anche deciso di aprire dei nuovi punti vendita in Piemonte visto il successo. Tu crei occupazione e porti ricchezza sul territorio. Lì la politica ci aiuta e ci riconosce che non vuole dire come molti pensano aiuti economici, ma a livello normativo e amministrativo. Pirro e Alfieri sono un’unica azienda che fa 20 milioni di fatturato. Creare una sinergia con la politica per il bene del territorio significa anche favorire il turismo. Il nostro brand di qualità si sposa con il brand del territorio.

 

E’ stato un ottimo incontro che ci ha dato la possibilità di conoscere una realtà imprenditoriale del sud importante e soprattutto una visione lungimirante dell’impresa. Una visione di Pirro, che siamo convinti avrà miglior fortuna dell’antico re dell’Epiro.

                                                                                                                                                                                                                          Simone Corami

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