Un Godin fuori focus ed il paradigma del turismo

Un Godin fuori focus ed il paradigma del turismo

In uno dei suoi ultimo post il guru del marketing Seth Godin riprende un concetto che molti di noi abbiamo sempre sentito: la mappa non è il territorio. Lui afferma che noi creiamo una mappa così possiamo tralasciare le cose. Tralasciando le cose, possiamo aiutare le persone a concentrarsi sui concetti fondamentali che stiamo cercando di trasmettere.
Io stimo moltissimo Godin ma stavolta credo che il suo focus sia fuori bersaglio. Innanzi tutto il primo che coniò il concetto “La Mappa Non è il Territorio” fu Alfred Korzybski, lo studioso polacco che può essere annoverato come il creatore di una nuova disciplina come la Semantica moderna. I suoi studi hanno avuto una importanza così grande da influenzare scienziati come Gregory Bateson e soprattutto la PNL – Programmazione Neuro Linguistica, oggi molto in voga in tutti studi comunicazione istituzionale e d’impresa.


Facciamo un gioco. Proviamo a capovolgere le cose, perché se la mappa non è il territorio, neanche il territorio è la mappa. A noi umani però cosa serve il territorio se non abbiamo la mappa? Se noi scordiamo che il territorio, per noi, è un insieme di fatti sociali e relazionali, dimentichiamo quello che è davvero il focus. A noi serve la mappa perché è il frutto del nostro agire ed essere persone. E’ un po’ come il famoso gatto di Schroedinger che c’è e non c’è nella scatola allo stesso tempo come dice la meccanica quantistica. Si potrebbe parlare di comunicazione quantistica quasi. OK, mi fermo!
Però mi veniva da pensare al nostro rapporto coi beni culturali e con il turismo. Se noi dimentichiamo che la cultura ed il turismo sono prima di tutto fatti sociali e relazionali noi non riusciremo a capire quali sono le dimensioni possibili del suo sviluppo.
Il geografo italiano Giuseppe Dematteis, nel suo articolo “La geografia dei beni culturali come sapere progettuale” criticò le rappresentazioni geografiche riduttive di derivazione neoclassica che vedono i patrimoni culturali come artefatti materiali da tutelare in ragione delle loro proprietà intrinseche o fattuali. Dematteis scrive: «quando, come geografi, ci occupiamo di beni culturali dobbiamo anzitutto tener presente che non studiamo delle cose o dei rapporti tra cose, ma i significati e i valori che certe cose, operando come segni, assumono all’interno di certi rapporti sociali»
Recentemente ho finito un bel libro che si chiama Fisica della Malinconia di Georgi Gospodinov. Lo scrittore bulgaro ricorda quando con la paura della guerra nucleare e delle varie apocalissi si siano seppellite sottoterra migliaia di casse della memoria. Anche lui si fa una domanda fondamentale. No. Non è perché, come molti di voi staranno pensando. Ma chiediamoci per chi! Per una futura specie aliena che arriverà chissà quando? Avevano visto troppi film del Marvel Cinematic Universe (sono un grande fan anch’io!)
Gli strumenti digitali stanno cambiando decisamente le nostre regole di rappresentazione e fruizione della realtà, per cui forse dovremmo provare finalmente ad uscire dallo schema di contrapposizione fra mappa vs  territorio e capire che esistono entrambi, l’una con l’altra e l’una senza l’altra. È un rapporto biunivoco che va esplorato molto meglio e soprattutto con un nuovo paradigma.
Se non riprendiamo in mano la dimensione relazionale e quindi comunicazionale dei beni culturali e del turismo creiamo solo teche di vetro che hanno senso solo come protezione da agenti atmosferici come polvere e pioggia. Però senza uomini che senso hanno? Se non costruiamo un progetto di comunicazione che leghi beni culturali e turismo, basato sulla comunicazione, e su una comunicazione paritaria, one to one, e non assolutamente top-down come sta succedendo, noi rischiamo di non rinnovare ed aiutare uno dei settori vitale per l’economia e non solo.
Io qualche idea ce l’ho.

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