Fare Marketing come un amico

Fare Marketing come un amico

A molti già il titolo sembrerà un controsenso, un ossimoro, quasi una bestemmia visto l’immagine e gli stereotipi dei marketers – nel linguaggio comune detti anche con il non simpatico appellativo di “makettari” – però il marketing è ben diverso da quello che uscito fuori dagli anni ’80. Uno dei guru che a me piace moltissimo è Mark Schaefer, l’autore del libro Marketing Rebellion, è già dal titolo capite che il mondo del marketing e della comunicazione non è tutto ordinato e freddo. C’è un fattore umano nel marketing? Di più. C’è un Marketing Umano, definizione che sottolinea come siano importanti le relazioni quando si parla di strategia. Come l’amicizia.

 

 

In uno degli ultimi post della sua newsletter sottolinea come bisogna fare marketing come si fosse un amico. Verissimo. Per chi fa questo mestiere poter parlare liberamente, senza peli sulla lingua, instaurare un rapporto empatico è fondamentale. Come tutte le persone del mondo quando si riesce a creare un rapporto di confidenza paritetico in cui si può essere liberi di scambiare opinioni ci si sente meglio. Non tutti i clienti sono uguali e non per questione di importanza, ma per questione di umanità. Questa banalità sono alla base di una nuova visione del marketing chiamato MARKETING UMANISTICO.
Non spaventatevi e pensate che esiste anche una nuova concezione dei dati, quei freddi numeri che spaventano tutti, chiamata DATA HUMANISM. No, non è una conversione sulla via di Damasco, è una nuova consapevolezza – neanche tanto nuova poi – che ci occupiamo di uomini.

Già Philip Kotler  nel 2015 aveva espresso questo concetto:  un marketing rivolto “all’uomo”. Soprattutto con l’arrivo dei social media, molto prima del 2015. Infatti Kotler non voleva sottolineare con questo concetto la nascita di un nuovo marketing, ma come nel 2015 le aziende non potessero più pensare soltanto al loro prodotto, ma anche (e soprattutto) al loro pubblico.

E credo che questa realtà si è resa molto evidente nel marketing strategico, per questo ho voluto parlarti di un “marketing strategico umano”.
Per costruire una strategia io devo fare un analisi dei prodotti o servizi che una realtà offre e la realizzazione del conseguente piano strategico con la definizione degli obiettivi, del target, del budget e dei canali di esecuzione. La strategia è un percorso che io definisco per raggiungere degli obiettivi.
Prima tutto questo era visto in un’ottica fortemente DATA DRIVEN, nel senso che erano solamente le cifre che guidava la costruzione di una strategia. Anche i focus group erano basati su metodologie che non tenevano della variabile umana.
L’aumento dei social è coinciso anche con l’entrata in gioco di un’altra parola chiave: EMPATIA. Consiglio sempre di leggere Goleman sull’argomento. Sono già tanti gli anni in cui dalla fine della modernità noi abbiamo visto un recupero delle identità e soprattutto delle tendenze slow. Le persone sono diventate più consapevoli delle loro scelte e quindi dei loro acquisti. Così si è reso inevitabile il coinvolgimento sociale dei brand, cosa che ha fatto emergere cose nuove come la CSR – Corporate Social Responsibility.

Diventano così sempre più importanti fattori come:

  • Sensibilità: capire quello di cui ha bisogno il cliente
  • Fidelizzazione: creare un legame oltre l’acquisto
  • Emozioni: ricercare nei sentimenti un rapporto tra brand e pubblico.

Sono queste parole chiave quelle che hanno portato le aziende a preoccuparsi per l’ambiente, per la disuguaglianza e tanto altro.
Diventa sempre più necessaria una analisi psicologica delle situazioni. Il fattore percezione diventa sempre più centrale. Fattore che nasce già nel primo incontro con un cliente. Perché io, professionista, lo devo capire prima ancora che inizi a parlare.

Quando si entra in sintonia si lavora molto meglio. Soprattutto il cliente deve capire che io non lavoro per lui, io lavoro con lui, che il suo successo è il mio successo.

La dimensione dell’ascolto deve essere reciproca, ma in fase diverse. Se all’inizio io ho bisogno che lui “parli” e “racconti” quello che è la sua attività e le sue richieste, dopo però lui deve comprendere che io costruisco una strategia, un percorso che mira ad un successo comune. Io sono un suo amico, faccio il tifo per lui. Il fattore empatico ed emozionale è centrale. Come in tutte le relazioni umane. Gli stessi brand ormai sono sempre più umani!  Il brand activism mostra come alla fine le persone sono sempre di più interessate all’universo valoriale di un’azienda. Le informazioni non bastano e neanche le confezioni lucenti. Pensateci anche voi, pensate a chi vi fidate di più. Sicuramente di persone con cui potete essere voi stessi, con cui vi sentite liberi. Liberi anche di ascoltarle. Come gli amici.

 

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